Ho incontrato Pierre grazie a un amico durante una cena in Borgogna. Era una di quelle serate in cui il vino e le conversazioni si mescolano alla perfezione, e non ci volle molto prima che decidessimo di rivederci. Un mese dopo ci trovammo nel suo “parco”, un vigneto immerso in un angolo di natura circondato da boschi. Parlammo a lungo di vita, vino e natura, scoprendo che ogni sua scelta aveva un significato profondo.
Pierre è un ragazzo determinato, con un’aria timida e riservata, ma con una volontà di ferro. Cresciuto nella frenetica Parigi, ha lavorato per anni nel settore finanziario, vivendo il ritmo incessante della capitale. Tuttavia, lo stress e una crescente voglia di cambiare vita lo spinsero verso un sogno che covava da tempo: il vino. Decise di lasciare tutto e trasferirsi a Beaune, nel cuore della Borgogna, per studiare viticoltura ed enologia, intraprendendo un percorso che avrebbe trasformato la sua esistenza.
Durante quegli anni di studio, Pierre alternava le lezioni a settimane di stage presso Jean-Yves Bizot a Vosne-Romanée. Non poteva esserci maestro migliore per introdurlo al pinot nero, un vitigno che Pierre definisce “puro, complesso, autentico”. L’esperienza gli insegnò non solo le tecniche di vinificazione, ma anche il rispetto per il territorio e per i cicli naturali. Il suo amore per il pinot nero divenne il motore di un sogno: avviare un proprio progetto. Tuttavia, il suo entusiasmo si scontrò presto con la realtà economica della Côte d’Or, dove anche pochi metri di filari possono raggiungere cifre astronomiche. Decise allora di guardare più a sud, nel Mâconnais, dove la terra è più accessibile, ma non meno generosa. Qui incontrò Philippe Valette e Alexandre Jouveaux, due produttori di riferimento che diventarono presto i suoi mentori. Da loro imparò non solo l’arte della vinificazione dello Chardonnay, ma anche un approccio minimalista e rispettoso della natura.